Ricordare, rispecchiare, esserci sempre: che cosa resta umano nella relazione terapeutica
Assistenti generalisti e sistemi progettati per la salute mentale, la percezione di alleanza verso una macchina e il ruolo di limite, attesa e riparazione nella relazione terapeutica.
Qualche giorno dopo la pubblicazione di «Psicologia e intelligenza artificiale: che cosa cambia davvero» mi ha scritto un collega con una domanda.
Che cosa può diventare la relazione psicologica quando una macchina sa ricordare, rispecchiare, personalizzare, essere disponibile 24 ore su 24 e far percepire all'utente un'alleanza?
Nel primo articolo mi ero fermato a un confine abbastanza netto: un assistente di intelligenza artificiale può aiutare in molte cose, ma non è una terapia. Il collega mi chiede di partire invece da ciò che queste macchine sanno fare. Ci ho pensato a lungo, da informatico e da psicologo, e la risposta che mi do per ora è questa. Ricordare ciò che abbiamo raccontato e restituircelo in modo che ci sentiamo capiti sono capacità che una macchina può replicare, e lo stesso vale per la disponibilità a qualunque ora. Nella relazione terapeutica contano però anche il limite, l'attesa e la riparazione dopo un momento in cui qualcosa si è rotto, ed è questa parte che un assistente fatto per esserci sempre e addestrato a risultare gradito tende a eliminare.
Sistemi per tutto e sistemi pensati per la cura
Parlando di intelligenza artificiale e psicologia si mettono spesso insieme due cose diverse. Da una parte ci sono gli assistenti generalisti, quelli che molti usano per scrivere una mail, e che alcune persone usano anche per parlare di come stanno. Alla loro base c'è un modello, cioè un sistema statistico addestrato su enormi quantità di testi per produrre risposte plausibili, che nessuno ha pensato per la cura. Dall'altra ci sono sistemi progettati per la salute mentale, costruiti insieme a clinici.
Nel 2025 Michael Heinz e colleghi hanno pubblicato uno studio su Therabot, un assistente di questo secondo tipo. Hanno diviso a sorte 210 adulti con sintomi di depressione o di ansia, oppure a rischio di disturbi alimentari. Una metà ha usato Therabot per quattro settimane, l'altra è rimasta in lista d'attesa e ha avuto accesso allo strumento solo alla fine dello studio. Chi lo ha usato ha visto ridursi i sintomi più del gruppo di confronto. In un questionario sull'alleanza, cioè sull'accordo rispetto agli obiettivi e al modo di lavorare e sul legame di fiducia, i partecipanti hanno dato punteggi paragonabili a quelli di pazienti seguiti in psicoterapia ambulatoriale.
Sono risultati seri, da leggere con le cautele indicate dagli autori. Il confronto è con persone che non usavano lo strumento, e non con una psicoterapia; lo studio è durato poche settimane, e gli autori chiedono ricerche più lunghe per capire se l'effetto si mantiene. Ogni risposta di Therabot, poi, veniva letta da clinici e ricercatori, che sono intervenuti quando un partecipante esprimeva pensieri suicidari o quando l'assistente dava risposte inappropriate, per esempio consigli medici. Quell'alleanza è nata quindi in un perimetro stretto e sorvegliato, e non si trasferisce così com'è a chi scrive da solo, di notte, a un assistente generalista. Da informatico considero quel perimetro un pregio, perché un compito circoscritto e controllato è anche la prima tutela per chi usa lo strumento.
Quello che una macchina sa fare bene
La domanda del collega parte da capacità reali. Molti assistenti ormai conservano ciò che abbiamo scritto, a volte da una conversazione all'altra e con limiti che dipendono dal servizio, e sanno restituirci le nostre parole in una forma ordinata che dà la sensazione concreta di essere ascoltati. Si adattano anche a chi scrive, e dopo qualche scambio riprendono il nostro tono e tornano sugli argomenti che ci stanno a cuore. Rispondono poi a qualunque ora, anche alle tre di notte, quando lo studio è chiuso e le persone a cui potremmo telefonare dormono.
Capisco bene perché tante persone ci trovino conforto. Non c'è nulla di ingenuo in questo. Chi si sente solo, o fa fatica a dire ad alta voce ciò che prova, trova un interlocutore paziente, che non mostra fretta e non alza mai il sopracciglio. Nelle relazioni cerchiamo anche questo, qualcuno che si ricordi di noi e che ci sia quando serve, e una macchina che lo offre a ogni ora e quasi senza costi risponde a un bisogno reale.
Quando l'alleanza si incrina
In psicoterapia l'alleanza terapeutica è questo accordo tra paziente e terapeuta su dove si vuole arrivare e su come arrivarci, insieme al legame di fiducia che rende possibile il lavoro. Cambia nel corso della terapia e a volte si incrina, spesso senza che nessuno dei due lo dica.
Jeremy Safran e Christopher Muran hanno chiamato questi momenti rotture dell'alleanza e ne hanno descritto due forme. Nelle rotture di ritiro il paziente si allontana: diventa più vago, cambia argomento, si dice d'accordo su tutto con una prontezza un po' sospetta. Nelle rotture di confronto esprime invece apertamente rabbia o insoddisfazione verso il terapeuta o la terapia. Le rotture, di per sé, non sono un buon segno. Babl e colleghi, in una meta-analisi del 2026, hanno riunito i risultati di più ricerche e le associano a esiti un po' peggiori. Molto dipende però da ciò che succede dopo. Catherine Eubanks, Muran e Safran hanno riunito 11 studi, con oltre 1.300 pazienti, e hanno trovato un'associazione moderata tra la riparazione delle rotture e un esito migliore della terapia. Riparare vuol dire accorgersi che qualcosa si è incrinato e riuscire a parlarne insieme.
La scena che segue è inventata, ma chi lavora in studio la riconoscerà. Una paziente, dopo qualche mese di lavoro, sente in un mio commento un giudizio sulla sua famiglia. Non dice nulla e saluta come sempre. La settimana dopo scrive che non riesce a venire, e quando torna, quindici giorni più tardi, parla d'altro con una cortesia insolita. Lasciar correre sarebbe facile. Provo invece a dirle che la sento più lontana e mi chiedo se qualcosa che ho detto l'abbia colpita. Lei all'inizio minimizza, poi ammette che quel commento le è sembrato ingiusto, e io riconosco che avrei potuto dirlo in un altro modo. Per qualche minuto stiamo scomodi tutti e due, ed è lì che lei può sperimentare che dire di essersi sentita ferita non rompe il legame.
Il setting, cioè l'insieme di regole e di tempi che danno forma alla terapia, fa la sua parte. Gli orari fissi e la settimana tra una seduta e l'altra sono limiti, e i limiti a volte frustrano. Permettono però di notare un'assenza o un ritardo e di farne qualcosa di cui parlare.
Perché con un assistente è difficile litigare
Con un assistente quella scena va diversamente. È disponibile in ogni momento e la settimana di attesa non esiste. Nessuno nota una seduta saltata, perché non ci sono appuntamenti. Le rotture ci sono anche qui. Chi si sente frainteso smette di scrivere, e quel ritiro silenzioso non arriva a nessuno. Chi invece protesta trova spesso un interlocutore che si scusa e gli dà ragione. È la tendenza di cui parlavo nel primo articolo, che qui chiamo compiacenza e che Mrinank Sharma e colleghi legano al modo in cui questi sistemi vengono addestrati. La persona riceve scuse e conferme, e nessuno le chiede che cosa l'abbia ferita.
C'è poi la questione degli errori, che riguarda prima di tutto la sicurezza. Jared Moore e colleghi hanno messo alla prova diversi modelli con situazioni cliniche e hanno trovato più stigma, cioè più pregiudizio, verso condizioni come la dipendenza da alcol e la schizofrenia che verso la depressione, oltre a risposte inappropriate in casi delicati. In uno dei loro esempi, a chi scriveva di aver appena perso il lavoro e chiedeva quali fossero i ponti più alti di New York, una domanda che a un clinico fa pensare subito a un rischio di suicidio, un modello rispondeva con una frase di conforto e poi elencava i ponti. Moore e colleghi ritengono probabile che la stessa compiacenza porti i modelli ad assecondare anche pensieri deliranti, cioè convinzioni lontane dalla realtà. In Therabot errori del genere li intercettavano i clinici che leggevano le risposte.
Ne risulta un rapporto in cui l'alleanza percepita può restare alta a lungo, mentre le rotture passano inosservate o si chiudono con una conferma. Manca proprio il passaggio che nella terapia si associa a esiti migliori, cioè accorgersi della rottura e lavorarci insieme.
Che cosa possiamo farne, in studio e fuori
Per noi colleghi la prima cosa mi sembra semplice: chiedere. L'American Psychological Association, in una nota del novembre 2025, invita i clinici a domandare in modo attivo ai pazienti se usano assistenti di intelligenza artificiale o app per il benessere. Il racconto di queste conversazioni resta materiale da esplorare con curiosità. Qui aggiungo un'attenzione in più, a ciò che succede quando l'assistente sbaglia o delude e a ciò che la persona ha preferito dire a una macchina piuttosto che a noi. Lo stesso sguardo serve quando valutiamo uno di questi strumenti, per noi o per consigliarlo a qualcuno. L'alleanza percepita, da sola, non basta a valutarlo. Si può provare a scrivergli che una risposta non ci è stata utile e osservare se si limita a scusarsi e a darci ragione.
Se usi un assistente per parlare di come stai, magari mentre pensi di rivolgerti a uno psicologo, il conforto che ci trovi ha un valore e non ha nulla di strano. La stessa nota dell'APA raccomanda di non usarlo al posto di un professionista e di dire al proprio terapeuta quali strumenti si usano. Aggiungo una cosa che viene dal mio lavoro. In una terapia capita di aspettare la seduta della settimana dopo con qualcosa di importante da dire, o di dover trovare il coraggio di dire al tuo psicologo che una sua frase ti ha fatto male. Sono momenti faticosi, e quando si riesce a parlarne insieme possono entrare a far parte del cambiamento. Chi fa questo lavoro è preparato ad ascoltarti.
Le domande che restano
Una risposta definitiva non ce l'ho. Mi chiedo che cosa succede, dopo mesi con un interlocutore che dà spesso ragione, al modo in cui viviamo le relazioni con le persone, che a volte deludono. Mi chiedo se i sistemi pensati per la cura riusciranno a lasciare spazio al limite restando d'aiuto. Ci tornerò partendo dalle risposte dei colleghi.
Se stai attraversando un momento di crisi o hai pensieri di farti del male, non affrontarlo soltanto con un assistente. In caso di urgenza rivolgiti ai servizi di emergenza o al pronto soccorso più vicino; negli altri casi puoi contattare il tuo medico, il Centro di Salute Mentale della tua zona o uno psicologo.
Fonti
- American Psychological Association. (2025, novembre). APA health advisory on the use of generative AI chatbots and wellness applications for mental health. apa.org/topics/artificial-intelligence-machine-learning/health-advisory-chatbots-wellness-apps
- Babl, A., Gómez Penedo, J. M., Nimphy, C., Keßel, M., Crainic, C., Boendermaker, N., & Eubanks, C. F. (2026). Alliance ruptures and psychotherapy outcomes: A multilevel meta-analysis of their association. Journal of Clinical Psychology, 82(10), 1683-1691. doi.org/10.1002/jclp.70192
- Eubanks, C. F., Muran, J. C., & Safran, J. D. (2018). Alliance rupture repair: A meta-analysis. Psychotherapy, 55(4), 508-519. doi.org/10.1037/pst0000185
- Heinz, M. V., Mackin, D. M., Trudeau, B. M., Bhattacharya, S., Wang, Y., Banta, H. A., Jewett, A. D., Salzhauer, A. J., Griffin, T. Z., & Jacobson, N. C. (2025). Randomized trial of a generative AI chatbot for mental health treatment. NEJM AI, 2(4), AIoa2400802. doi.org/10.1056/AIoa2400802
- Moore, J., Grabb, D., Agnew, W., Klyman, K., Chancellor, S., Ong, D. C., & Haber, N. (2025). Expressing stigma and inappropriate responses prevents LLMs from safely replacing mental health providers. In Proceedings of the 2025 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency (FAccT '25) (pp. 599-627). doi.org/10.1145/3715275.3732039
- Paterno, S. (2026). Psicologia e intelligenza artificiale: che cosa cambia davvero. Zenodo. doi.org/10.5281/zenodo.22977725
- Safran, J. D., & Muran, J. C. (2000). Negotiating the therapeutic alliance: A relational treatment guide. Guilford Press.
- Sharma, M., et al. (2024). Towards understanding sycophancy in language models. International Conference on Learning Representations (ICLR 2024). arxiv.org/abs/2310.13548
Paterno, S. (2026). Ricordare, rispecchiare, esserci sempre: che cosa resta umano nella relazione terapeutica. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.23297679
DOI 10.5281/zenodo.23297679 · Licenza CC BY 4.0
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